martedì 19 luglio 2011

Una Fine, Due, Tre


on air: "The Blower's Daughter", 倪安東.

Avrei voluto scriverti una lettera, dirti che in quel momento ti avrei voluto lì, a guardarmi mentre stavo finendo quel percorso nel quale mi eri stato vicino, dall'inizio.
Avrei voluto scrivere il tuo nome sulle prime pagine. Dirti grazie, apertamente. Di tutto e comunque.
Ti avrei detto quanto mi sembra sciocco tutto questo. Avrei guardato i tuoi occhi, l'unica cosa che è rimasta com'era, ora che anche solo una parola è troppo forte da pronunciare.
Due giorni fa.
E' passato, quel giorno, senza una folata di vento che scompigliasse un po' i pensieri, muovesse qualcosa nello stomaco. E' rimasto tutto fermo, immobile, così com'è già da un po'. Non un suono, non un immagine.
Ho messo su dei cd che mi hanno portato indietro, a quando ancora non sapevo cos'eri e il mio nome era celato dietro un'iniziale in minuscolo. Non sapevo cos'ero nemmeno io, ma cercarmi era bello. Rendermi conto in ogni nuovo momento che qualcosa stava cambiando in me, e tutto era inebriante.
Sono passati ormai quattro anni. E' passato ormai un anno.
E per recuperare la stabilità che avevo allora ci sto mettendo tanto, lentamente, col fiato sospeso, ogni momento su un filo squilibrato, in punta di piedi per paura di ritrovarmi per terra, dolorante, di nuovo.
Ma no, guardo in alto ora.
Gli angeli e quelle cazzate ormai non stanno più a guardare me. Stanno in alto, gli angeli. E io adesso non sono che un povero semidio in catene che ha perso la facoltà di volare. Posso solo guardarli, ricordando le illusioni passate che costruivo vivendo come loro.
Chissà se tu voli ancora, adesso, nel tuo nuovo mondo. Vorrei poter stare sotto di te a guardare le tue evoluzioni, vorrei percepire un tuo sguardo, sorriderti di rimando, dirti qualcosa di nuovo, mostrarti chi sono. Ma i tuoi occhi sono chiusi.
Sai? Ho finito, qualche giorno fa. Questo volevo dirti.
Ora, non c'è più niente di materiale che ci lega. Niente oltre a quelle scatole piene di ricordi e quegli oggetti sparsi che chissà se già non hai buttato nel secchio.
Niente oltre a quelle pagine colorate e piene di folli sogni da bambini.
Niente oltre all'immenso vuoto che prima avevo riempito col dolore e ora sto bonificando.
Niente oltre ai ricordi che giorno dopo giorno passeggiano sotto i miei nuovi capelli e mi raffreddano gli occhi.
Volevo dirti grazie e scusa. Volevo insultarti per la tua debolezza. Volevo picchiarti per l'incapacità di manovrare le tue scelte.
Volevo dirti addio.
Speravo che fosse una bugia.

Non ti ho più scritto niente, perché sapevo che quelle parole non erano per te, ma per il passato. E il passato non ha indirizzo, come potergli mandare questa lettera?
Rimarrà sparsa nell'aria ad aspettare di sciogliersi al vento, passando per tutti i luoghi che ho conosciuto e non vedo più, passando fra i miei capelli che non sono più come li ricordi. Passerà come il vento, passerà come il tempo. Passerà come le parole di cui è composta e quello che descrivevano. E nel frattempo quel vuoto si consoliderà senza niente dentro, perché quello che c'era non può rientrarci.
Una fine è questa. L'altra è per me. La terza è voluta dal fato.
Finiscono tre cose, e molte di più in un solo istante.
Quando finisce qualcosa, c'è il nuovo che nasce.

domenica 3 luglio 2011