lunedì 27 settembre 2010

Ritorno Io

on air: "Let Love Down" Stefani Germanotta

Sto subendo una regressione. Come un processo triadico hegeliano, sto tornando a me stesso dopo essermi posto all'esterno del mio corpo e contrastato.
E' servito tutto il dolore e i lividi, gli sguardi perfidi di chi è troppo immaturo, sterile, le lacrime e le urla, le paure e il veleno distillato dalla mia stessa mente.
Mi guardo indietro ed ecco cosa vedo: ho perso molto.
Ho perso la mia sicurezza di eternità, nella quale, sì, credevo davvero, e che pur nello strazio che comportava mi faceva sentire caldo, protetto, sicuro, quando in realtà forse era proprio tutto quello che mi ha alienato da me stesso.
Ho perso la fiducia nelle persone, o almeno, ne ho molta di meno. Rendersi conto che il modo di vedere un altro di fronte a te possa cambiare in così poco tempo, è veramente terribile. Allora, cosa ne sarà di quello che c'è oggi e di chi c'è oggi ad abbracciare la mia carne? Non resta che ripetersi che sono i ricordi quello che importa, che le persone e le cose ci passano accanto e ci lasciano qualcosa ed è questo che dobbiamo e possiamo conservare, perché delle loro voci non ci resteranno che echi, della loro pelle non resterà che una sensazione di fresco sulle dita.
Peccato. Era così bello credere che ci fosse davvero qualcosa di permanente. Almeno un pensiero da portare sempre dentro, anche quando la sua carne era lontana, e le voce troppo bassa.
Invece no, anche quello è stato messo in discussione. Anche anni di promesse e bellezza. In questo momento preciso, non me ne rimane niente. Solo amarezza. Non tristezza. Non nostalgia. Non inquietudine. Un po' di paura, ma quella appartiene a me. Il resto è solo amarezza.
Chissà domani cosa penserò a proposito.
Ma comunque.

Sebbene non sembra nemmeno a me stesso (dato che continuo a oscillare invertendo i poli dei miei pensieri), sto riacquistando il mio equilibrio e le mie capacità difensive. Sto acquisendo un po' di libertà nel vedere il mondo e sto cominciando a capire come sia possibile ogni tanto lasciarsi andare un po' più in là, continuando ad essere me stesso, anzi, forse un po' di più.
Sto anche capendo che è bello liberarsi delle parole e dei gesti, emettere ogni cosa che proviene da qui dentro, per fare spazio a tutto quello che in cambio può tornare. E' bello puntare per un po' l'attenzione su di sè, per riuscire a comprendere cosa ha questo mondo da offrire e cosa io posso trarne di buono. Anzi no. Cosa io voglio trarne di buono.
Il mio squilibrio ha fatto male e calpestato, ho corso troppo, pensando che le mie gambe sapessero tenermi in piedi in un sentiero mai percorso, e ho sbagliato. Del resto, come potevo saperlo?
La vita è piena di errori che purtroppo troppo spesso fanno male anche agli altri, ma siamo umani e ciò che proviamo non è solo frutto della ragione, anzi.
Chi non vuole farsi ferire dagli altri può solo rimanere in una gabbia di vetro, perché prima o poi anche la persona più vicina alla perfezione si troverà a sbagliare. La cosa più giusta da fare a quel punto è capire che il mondo è così e purtroppo non sempre tutto va come pensavamo fosse giusto che andasse. A volte chi non lo merita riceverà pugni in faccia per chissà quale peccato karmico. La cosa che ho imparato a fare, molto tempo fa, è chiedermi sempre: cosa ho sbagliato io? Quale male ho commesso al mondo che mi ha messo di fronte a questo dolore? E c'è sempre un motivo. Io, molti dei miei sbagli ancora non ho capito quali sono. Ma chissà, ci sarà un motivo per il dolore che proviamo. Forse.
E un'altra cosa che ho capito: che è così bello essere felici (lo ricordo, pensando a molto tempo fa). Ma è anche bello star male, piangere, aver paura, provare vergogna, sanguinare, trovarsi al buio. Anzi, mi ritrovo, ora che sono soggetto a una parziale tranquillità (almeno emotiva, non mentale), a rimpiangere qualche giorno fa in cui la mia ispirazione artistica derivata dalla nostalgia, dalla rabbia e dalla paura mi ha dato l'occasione di scrivere note che alle mie orecchie non sono mai state così piacevoli. Sono riuscito a mettere le mie paure e le emozioni sui tasti e nella mia gola, e ne sono soddisfatto. E' quello per cui vale la pena vivere, questa catarsi che è metamorfosi, attraverso la quale lo spirito si fa manifesto e prende forme fisiche.
Sì. E' per questo che voglio vivere.
Trasformarmi in musica e partecipare all'eternità del mondo. Lo diceva la mia professoressa di fisica, le onde sono infinite.
E allora voglio diventare un'onda nello spazio infinito, infinita nel tempo, infinitamente compiuta, completamente me, la mia anima, la mia voce. Io.

5 commenti:

Asha Sysley ha detto...

Dovremmo sederci. Sotto le stelle. Portare una chitarra al solo scopo di sentire la nostra voce. Fermarci d'un tratto e avvicinare le mie dita alle tue. Parlerebbero loro per noi, ci rimarrebbe solo da chiudere gli occhi ed ascoltare.
A volte la condivisione è fatta di silenzi. Quelli che t'ho dato fin ora. Come una corsa senza fiato.
Solo nel dolore veramente si cresce. E questo lo sappiamo e non possiamo esimerci. Dobbiamo passarci attraverso ... come onde.

CieloVerso ha detto...

Ritroviamo noi stessi nei posti più impensabili.
Non facciamo che giocare a nascondino con le nostre responsabilità e i nostri desideri, ma credo che sia facile conquistare l'equilibrio ─ se si baciano le labbra giuste.

Demian ha detto...

@CieloVerso: dici che bastano le labbra giuste? Io anche ho sempre pensato così. Ma ora credo di no, sarebbe solo spostare l'instabilità al di fuori, e l'equilibrio si perde ancor di più. Non credi? Io spero di sbagliarmi.
A presto! :)

CieloVerso ha detto...

Se due forze si spingono con la stessa intensità, nessuna prevarrà sull'altra e ci sarà equilibrio. Se due cose pesano allo stesso modo, i piatti della bilancia saranno allineati e ci sarà equilibrio. Se due bocche si baciano in nome dello stesso sentimento, nessuno mangerà l'altro e ci sarà equilibrio.
Ma comprendo ciò che intendi. Lo so. Lo so. E non sono nella posizione di poterti contraddire. Con le ali spezzate non si può volare.
Per cui buona fortuna qualunque sarà la tua scelta o il tuo avvenire.

Marta ha detto...

la "disperata" ricerca di noi stessi è la cosa che meno ci fa trovare noi stessi o la parte che cerchiamo...
è anche vero che i luoghi in cui andare a cercarci sono i più impensabili...
ma basta creare la scena!